Non si finisce mai di imparare e di…combattere! Potrebbe essere questo il motto di Omar Pezzotta, atleta quarantenne in forza al Kodokan Judo Bergamo da circa un anno, approdato nella squadra agonistica per concentrarsi sugli obiettivi prefissati.
Conosciamo più da vicino l’uomo e l’atleta, che in questi decenni si è fatto apprezzare come uno dei più talentuosi judoka orobici.

Omar, raccontaci qualcosa dei tuoi esordi, come è nata la passione per il judo?
La prima scintilla è scoccata a sei anni, affascinato dalle gesta di Bruce Lee. Ricordo che a scuola trovai un volantino in cui vi erano due bambini intenti a lottare e la scritta “Scuola di Judo”. Mi bastò quello per convincere i miei a portarmi in palestra e iniziare con la Sankaku un legame durato 25 anni.

E’ stato il primo e unico sport praticato?
Certamente no! Sono sempre stato portato per l’attività motoria e anche piuttosto curioso di sperimentare nuove strade, per capire cosa potessero darmi. Ho praticato diverse discipline, anche molto diverse tra loro, come nuoto, skate, arrampicata, tennis…ma dentro di me sapevo che la priorità rimaneva il judo.

E il calcio?
I miei compagni di scuola hanno provato ad attirarmi con le sirene del calcio, ma sono sempre stato determinato a proseguire sulla strada delle arti marziali. Il mio cuore era ed è nel judo.

Hai detto che combattere ti è piaciuto da subito. Quindi ti sei lanciato nell’agonismo fin dalle prime battute?
Sì, ho gareggiato sin da bambino perché era quello che sentivo. La competizione mi dava adrenalina e questa sensazione è rimasta intatta dentro di me.

Hai bei ricordi delle gare che disputate?
Molti bei ricordi e non sempre coincidono con un successo. Quelli più belli sono legati alle prestazioni contro atleti di valore assoluto, come Marco Maddaloni, Antonio Langella, Fabrizio Chimento. In occasione di tornei internazionali, a 66 o 73 kg spesso i nomi erano questi e il fatto di aver combattuto con grande determinazione, portandoli al golden score e impensierendoli, è stata per me una grandissima soddisfazione. Così come ricevere i loro sinceri complimenti o quelli di campioni del calibro di Paolo Bianchessi.
Sono naturalmente arrivate anche belle medaglie, sia come campione regionale, che ai campionati italiani Libertas, così come al prestigioso “Trofeo Sankaku” a cui da buon bergamasco ho sempre tenuto molto e che ho onorato con due argenti e due bronzi.
Ho bellissimi ricordi anche della trasferta a Los Angeles, che si è potuta concretizzare grazie alla Sankaku e al mio primo maestro, dove vinsi due bronzi in due categorie differenti, così come del bronzo in Slovenia e della doppia medaglia in terra francese e l’argento e il bronzo delle trasferte a Moirans. Tra le esperienze senza podio sottolineo il prestigioso Tre Torri, il torneo di Marsiglia, dove si respirava aria di professionismo e capivi cosa significasse combattere ad altissimi livelli. Per quegli anni devo ringraziare i maestri Pesenti, Locatelli e Brambilla, che mi hanno seguito e strutturato sia come atleta che come persona e la mia famiglia che mi ha sempre supportato.

Poi sei sparito per un po’….
Ho dovuto interrompere bruscamente e lasciare il mondo che amo per motivi famigliari e di salute. Però anche se il mio corpo ha dovuto fermarsi, non lo hanno fatto la mia testa e il mio cuore, che erano sempre sul tatami, pronti a farmi ripartire. Grazie a ciò che ho appreso negli anni di pratica, ho capito che avrei dovuto pazientare, senza arrendermi. Ho continuato ad allenarmi autonomamente, a formarmi attraverso corsi che mi hanno reso più consapevole, più maturo. Gestire il proprio corpo, conoscersi, avere rispetto dell’involucro nel quale siamo, è fondamentale. Prima lo si capisce e maggiore sarà la longevità sportiva.

E così, a quarant’anni, ti ritrovi ad incrociare le prese per una medaglia?
Esatto. ho sentito dentro di me che era il momento di riprovarci, mi sentivo bene e volevo vivere nuovamente quelle sensazioni che ho dovuto interrompere mio malgrado. Sono entrato nel circuito Master da sconosciuto e nel 2019 mi sono ritrovato vicecampione italiano con tre vittorie nel circuito nazionale e la vittoria del Campionato Italiano a squadre. Nello stesso anno ho partecipato ai Mondiali di Marrakech, dove mi sono classificato al settimo posto a 73 kg. In quell’occasione ho disputato cinque incontri, ne ho vinti tre per ippon e ne ho persi due al golden score. Ho provato grandi emozioni: amarezza e gioia sono quelli predominanti. Amarezza per il podio sfiorato e la felicità di aver fatto parte di un grande evento e di un grande gruppo.

Il circuito Master è competitivo?
Assolutamente! Ci sono atleti che hanno disputato le Olimpiadi e che non ce la fanno senza competizione (ride). Inoltre il circuito “Veterans” ha ormai una tradizione consolidata, che lo rende interessante sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. In Marocco si sono presentati 1200 atleti, di cui 1000 maschi.

Che differenze hai trovato tra l’agonismo giovanile e quello Master?
Da giovane sei spensierato, carichi tantissimo, ma non sempre ti rendi conto di ciò che fai (e te lo godi di meno), mentre da Master devi fare i conti con il tuo “nuovo” corpo, con la famiglia, i figli, il lavoro, devi stare attento agli infortuni, perché il recupero è più lungo. Insomma, da un certo punto di vista è molto più impegnativa la vita da Master!

Come è stato il passaggio al Kodokan Judo Bergamo?
In accordo con la mia vecchia società di appartenenza, ho deciso di cambiare per avere nuovi input e un gruppo più ampio dove allenarmi, oltre che un tecnico del calibro di Mauro Pasta. Fare parte di un gruppo giovane mi stimola: devo essere sempre lucido, perché l’esuberanza giovanile va contenuta, ma allo stesso tempo so che posso dare un contributo alla loro crescita. Questo è il judo: mettersi al servizio, tutti insieme, per progredire. Il lavoro duro non mi spaventa e credo di essermi guadagnato il rispetto di tutti, così come la squadra ha il mio.

Come ha inciso il Covid nella tua vita?
Come molti bergamaschi ci ho avuto a che fare e l’ho superato. E’ stato anche questo un match che ho combattuto con lo spirito del judoka. Il Covid mi ha dato la possibilità di riorganizzare la mia vita, sotto tanti aspetti. Vedo sempre un’opportunità nell’incertezza del momento, e cerco di trarne insegnamenti. Dal punto di vista pratico ho potuto solo assaporare la vittoria della prima tappa del circuito nazionale 2020, battendo il campione italiano in carica e poi il lockdown ha bloccato tutto. Per fortuna il Kodokan ha messo in condizione di atleti di continuare ad allenarsi.

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?
Dopo la cancellazione degli Europei, punto dritto ai Mondiali in Portogallo e ai campionati nazionali a dicembre.
Questa mia “seconda fase” da atleta è stimolante e finché avrò le forze per continuare, mi vedrete in gara. Poi chissà, non escludo un futuro a bordo tatami, da tecnico.

Come ti rappresenteresti con un disegno?
Come il fiore di ciliegio, con i suoi petali bianchi che rappresentano la purezza dello spirito e il disco centrale rosso che richiama il coraggio. Mi vedo così: è ciò che cerco di essere ogni giorno attraverso il judo.

Grazie Omar, buon allenamento e buona vita.